Lapide al ponte Mulino dell’Avvocato
Due lapidi, a monte e a valle del ponte sul Malone al Mulino dell’Avvocato, ricordano due diversi episodi degli ultimi mesi di guerra.
Mario Bertoglio («Cilinder», Robilante, CN 7.7.1924) nel maggio 1944, a soli 19 anni, era entrato a fare parte del distaccamento di polizia partigiana e si era impegnato in molte azioni rischiose. Anche il 6 marzo 1945, quando in questo luogo «Cilinder» incrociò una pattuglia del Battaglione fascista Nembo, salita da Rocca Canavese, non gli mancarono la forza e il coraggio per riuscire a divincolarsi, fuggire ed evitare le raffiche dei parà. Quando fu quasi al sicuro, però, cadde colpito da un unico proiettile alla fronte, sparato dalle mitragliere tedesche piazzate nelle vicine case Abate.
Gli altri sei partigiani ricordati dalla lapide caddero in un successivo episodio, appena 15 giorni prima della Liberazione.
Con la ripresa delle azioni nella primavera del 1945, il Comitato Militare Regionale Piemontese mise a punto i dettagli del Piano E27 da attuare nel momento dell’insurrezione finale: non solo l'occupazione di Torino, ma soprattutto la salvaguardia dalle rappresaglie dei tedeschi in fuga sulle infrastrutture militari, civili e sulle persone.
Il piano andava comunicato alle diverse formazioni partigiane. A Corio doveva essere consegnato da Giuseppe Morino («Mo»), 22 anni (Torino 11.6.1922), emissario del Comitato, agli uomini del Comando II Divisione di Piano Audi, che lo attendevano il 10 aprile 1945 davanti all'osteria prima del ponte.
Qui ci fu però un'imboscata da parte di una pattuglia di una decina di alpini della Monterosa, camuffati da partigiani, che erano giunti da Rocca dove una spia li aveva informati dell'importanza dell'incontro.
Il manipolo apparve all'improvviso e chi li comandava chiese di «Bianco», cioè Antonio Fancellu (Tissi, SS 23.6.1906), maresciallo dei Carabinieri e capo della Polizia Partigiana; quando questi si presentò, la pattuglia fascista immediatamente aprì il fuoco sul gruppo dei 7 partigiani.
Oltre a Morino e a Fancellu furono uccisi Oreste Pajetta («Alberto Galli», Taino VA 1912), Stefano Suppia («Parin», Barbania 16.5.1911), Simone Solunto (Torino 6.11.1913) e Andrea Fassero («Pupilla», Ciriè 30.3.1922).
L'unico sopravvissuto, ferito a un ginocchio, fu Gianni Dolino, commissario politico, che trovò scampo nell'osteria e riuscì a salvare gli ordini segreti dell'insurrezione.
La parola d’ordine per l’attuazione del Piano E27 era «Aldo dice 26 x 1»: il piano di insurrezione generale doveva scattare il 26 aprile all’una di notte.
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